6 dicembre 2009

Quale futuro per le persone Transgender e Transessuali?


di Darianna Saccomani

Per prima cosa devo chiarire che io sono semplicemente una persona transessuale che esprime come può e dove può la propria attività e la propria “militanza”. Sicuramente sono una che guarda le cose e cerca di capire quanto accade e cosa accade, attribuendo delle specifiche responsabilità a chi si pone nella situazione di “rappresentare” e di “coordinare” la situazione in cui vivono le persone transgender e transessuali, sia pre operazione che post operazione.
Chiaramente come persona che non è seduta dove le cose si discutono e dove si prendono le decisioni, posso solo osservare e trarne delle conclusioni, cercare di comprendere quale sia l'indirizzo o la strategia che viene perseguita in favore delle persone T.
Nel 2000 circa inizio a conoscere questo variegato fronte delle associazioni Trans, né vengo affascinata per la molteplicità delle sue espressioni, per il fatto che sono vivaci nella discussione, ma che hanno comunque la grande capacità di confrontarsi. Leggo, soprattutto leggo, perché isolata e non in condizioni di poter avere più che un contatto telematico con queste realtà. Partecipo a liste di discussione, a gruppi, leggo e scarico i diversi documenti che trovo disseminati nei vari siti. Cerco di capire e rimango chiaramente nel mio angolo pensando che tutta questa attività sia comunque positiva e, soprattutto, non avendo ancora ben chiaro quali fossero i reali problemi, quali le reali difficoltà, quali i giochi che si venivano a consumare all'interno del movimento GLBT. Non sono certo facente parte di chi ritiene che in politica ci deve essere purezza. La politica è un gioco di equilibri, di scambi, di intese dove il dare e l'avere funziona solo sui rapporti di forza e di chi è nelle condizioni di poter spostare tali rapporti. In moltissimi casi conta più un 15% che non un 40% nella determinazione di una maggioranza. Questo per dire che non mi scandalizzo né ho pretese di presunta purezza che, in politica, è solo argomento demagogico, buono per far fesse e fessi la maggioranza delle persone sulla base di una “eticità” che non può esistere nei termini di purezza. L'eticità della politica non sta in ciò che si compie, ma nel rispetto di protocolli comportamentali, nel tener fede agli impegni presi, nella fedeltà che si ha al mandato. Lo sforzo utopico di far coincidere l'azione con l'obiettivo è lo sforzo che anima una buona politica da una pessima politica. Ma pur sempre nella politica si deve scendere a patti, a compromessi, a mettere in contrattazione questioni di rilevanza.
Noi non abbiamo bisogno di persone che siano “sante” ed “immacolate”, noi abbiamo bisogno di persone che abbiano chiaro cosa vuol dire fare politica, cosa vuol dire sedersi ad un tavolo e contrattare, cosa vuol dire prendere impegni a nome e per conto di un movimento che deve essere compartecipe e partecipe, ma soprattutto informato. Abbiamo bisogno non di demagogia allo stato puro, possibile solo per chi non ha da tirarsi fuori il pranzo con la cena quotidianamente, ma di strategie e di politiche e di programmi che siano condivisi, siano costruiti tenendo presente che c'è gente che attende delle risposte, che c'è gente che sta pagando con la propria esistenza questo stato di fatto. Tenendo presente che chi si pone alla dignità di rappresentare, rappresenta l'insieme delle istanze e dei dolori e delle persone che vivono discriminazione, stigma, marginalizzazione esclusione, ingiustizia, pregiudizio.
Le scelte operate non sono sempre condivisibili, ma si da il beneficio che tali scelte siano state discusse, siano state in un qualche modo pianificate. Si comprende bene che non sempre e non su tutto e non necessariamente ci sono dei risultati da portare a casa, si comprende bene che spesso il lavoro per ottenere un risultato è lungo, pieno di insidie, pieno di imprevisti, ma si ritiene che ci sia quanto meno una squadra di persone che lavorano insieme, che si accapigliano, litigano e si assumono l'onere di farsi il sangue amaro per sviluppare certe cose. Si saluta con entusiasmo e contentezza la realizzazione di un coordinamento nazionale. Si dice che finalmente ci sarà un muoversi comune, ci sarà un fronte comune, ci sarà la capacità di essere all'esterno compatte. Ma poi? Poi tutto questo crolla, e crolla nel momento in cui tutto il movimento GLBT si trova in piazza con la manifestazione “Uguali”, crolla nel momento in cui le persone T sono sottoposte da un linciaggio mediatico senza precedenti.
Ma in piazza, con la manifestazione “Uguali”, non ci siamo andate con una piattaforma condivisa? La portavoce non era stata nominata dal movimento? Di fronte all'attacco mediatico sul caso Marazzo, non c'è stato un coordinamento per come fare fronte e per come contrapporsi e rispondere? Chi del coordinamento è andata in TV non ci è andata con il sostegno di tutte e tutti?
Sinceramente non penso che una persona decida da sola di essere “portavoce” e da sola “decida la linea da portare”! Allora tutti questi distinguo, queste accuse, queste recriminazioni, da dove vengono? Per chi come me è ai margini di tutto e non è dentro alle “segrete cose”, comprendere il perché di questo diventa importante. Diventa importante capire cosa è il motivo di questo sfilacciamento e di questo essere le une contro le altre che si percepisce dalle parole, dagli interventi, dalle varie e numerose battute. Si, diventa importante capire, perché se una come me vuole fare la sua parte in una lotta per i propri ed altrui diritti, vuole sapere se deve fare una scelta di campo o meno, deve sapere da che parte stare, visto che così come sono le cose, non c'è solo la parte delle persone transgender e transessuali, ma ci sono in queste mille parti.
Se tutto è sfarfallato e l'idea di poter essere un fronte comune non c'è, allora devo capire dove e come devo muovermi. E si, anche perché se devo essere “gestita” amo decidere io chi è che mi deve gestire ed amo anche avere i miei buoni strumenti per poter controllare tale gestione.
Sinceramente non mi attendo delle risposte, ma le gradirei moltissimo, gradirei moltissimo che mi si spieghi questa situazione.


9 novembre 2009

Questione lavoro - un progetto



Progetto:
1 I prolegomeni;
2 Il contesto
3 valutazione delle risorse;
4 proposizione e costruzione di strumenti di soluzione;
5 una proposta modulare;

1 I prolegomeni;
Il progetto prende le mosse da un'analisi sviluppatasi nel tempo. Esattamente possiamo dare il 1998 come data di costruzione e di sviluppo di un'analisi, su diversi fronti, che hanno portato all'elaborazione di questo progetto, raccogliendo le esperienze, le competenze e le professionalità più svariate ed elaborandole sia sul piano culturale che economico, politico e sociale.
Da questa prima elaborazione, si sviluppa un progetto di ampia visione, che individua nel “primario” (agricoltura e allevamento) il punto base di partenza, e di fuoco del progetto. Si individua come fondamentale quello di strutturare una migliore organizzazione della realtà produttiva agricola e degli allevamenti, ed in contemporanea di sviluppare servizi e di attivare una associazione culturale che operi nel sociale, al fine di tradurre in pratica quella volontà di rilanciare dal basso l'economia e di renderla luogo di inclusione e di reinserimento sociale della marginalità. Lo slogan proposto e posto era sostanzialmente questo: “rendere più forte l'anello debole della catena, significa rendere più forte tutta la catena”. In questo slogan infatti è contenuta tutta la dimensione ideale del progetto, il quale guardava ad un sistema organico che doveva porsi socialmente come punto di sviluppo e di emancipazione delle persone e del territorio.

Cosa ha messo in evidenza questa esperienza? Semplicemente che ogni progetto deve essere sempre commisurato alla sua realtà, al dove si sviluppa, alla sua reale fattibilità! Non può essere espressione di una dimensione ideologica, tanto meno il tentativo astratto di realizzazione di un desiderio, per quanto questo possa essere mirabile e benefico. Un progetto trova la sua attuabilità solo e quando è commisurato alla realtà, alla storia, al contesto e, soprattutto, quando viaggia sulle gambe reali di persone reali. Un progetto ha possibilità di essere realizzato, indipendentemente dalla sua dimensione, quando prende atto e tiene conto che ci sono dei limiti entro il quale si deve muovere e crescere, e che non può farlo a prescindere dal proprio contesto sociale, culturale, politico ed economico.

Il contesto è quindi normativo nella elaborazione di un progetto, tanto più è normativo per lo sviluppo di un progetto come questo, il quale ha come preciso scopo quello dell'inserimento delle persone nell'ambito lavorativo, del dare possibilità reali a chi ha idee, progetti di poterli sviluppare ed attuare. E' chiaro che l'analisi del contesto che noi facciamo è una analisi di parte, un'analisi che prende le mosse da un preciso punti di vista e che sviluppa una sintesi del contesto sociale, politico, economico e culturale. Non c'è la volontà, tanto meno la pretesa, di avere svolto un'analisi che sia oggettiva, che sia onnicomprensiva, per quanto questa sia sicuramente un'analisi del contesto complessiva, ma appunto a partire da un preciso punto di vista, quello di chi si trova marginalizzato da un sistema sociale e che non vuole adattarsi all'idea di stare nella marginalità, ma che sente di poter dare alla società.
Altrettanto chiaro che come questa analisi ha un preciso punto di vista, così ha anche un preciso obbiettivo, che nasce dalla constatazione che sono nell'interazione organizzata e strutturata delle potenzialità inespresse dei micro contesti sociali, può trovarsi la soluzione per uscire da una condizione di marginalità forzata. Chiaro è che si parte dall'analisi di micro contesti sociali, tenendo conto che ciascun micro contesto ha un peso determinante, spesso schiacciante per l'esistenza delle singole persone, ed è per questo che ciò che ha maggiormente pesato è il “punto di vista” della condizione più svantaggiata. Questa è una scelta voluta, una scelta di non oggettività, ma di visualizzazione della dimensione radicale della condizione sociale nella quale ci si trova a vivere. Non è nell'analisi che si deve cercare il “giusto mezzo”, ma è l'analisi volutamente di parte, come tutte le scelte progettuali sono assolutamente di parte, sbilanciate verso chi ha avuto o ha speranza.
Il senso ultimo, profondo, di base dell'elaborazione di questo progetto, può essere sintetizzato in questa frase: dare speranza a chi ha perso speranza! Questo rappresenta il primo fondamentale elemento sulla base del quale si sviluppa il progetto. Chi ha perso la speranza è anche chi è nella condizione di ritrovarla; chi non ha mai avuto speranza, non sarà neanche in condizione di poterla ricevere! Chi da sempre si adegua, si uniforma, accondiscende ed è una persona rassegnata nella sua situazione, non potrà mai ricevere speranza, poiché vive e trova il suo equilibrio nel proprio stato. La dimensione della speranza invece implica e comporta la “voglia” e la “necessità” profonda di dare una svolta, di cambiare, di rimettersi in gioco, di rischiare il certo per un incerto che trova forza solo ed esclusivamente nelle proprie forze, capacità che si integrano con le forze e le capacità di altre persone. Chi ha perso la speranza può trovarla nel momento che ritrova la voglia di cambiare la propria modalità di vivere, di passare dalla paura alla consapevolezza, all'orgoglio di essere se stessa e di esprimersi come persona.

2 Il contesto
Che noi oggi si viva nel pieno di una delle più forti crisi economiche del nostro tempo è un fatto, sulla base del quale molte possono essere le anali e le ricerche eziologiche delle cause. Le diverse critiche che sono state e sono tutt'ora in sviluppo ci interessano fino ad un certo punto, non perché le si disprezzino o non siano sostanzialmente presenti nella nostra analisi, ma perché non riteniamo di dover fare necessariamente o palesemente una scelta ideologica, quanto piuttosto trovare il modo di uscire da una situazione che pesa soprattutto su quelle persone che essendo marginali o socialmente deboli, maggiormente e per prime pagano i costi sociali e culturali di questa crisi. Da cosa sia dovuta la crisi è problema che affrontano ed affronteranno gli economisti ed i politici, a noi interessa il fatto che tale crisi economica altro non mette in evidenza che il sistema è arrivato ad un punto di rottura. È indubbio che questo sistema è fondato sulla “fiducia” del consumatore più che sulla “capacità” di produzione. La produzione in sé è diventata solo espressione di soddisfacimento dei bisogni indotti nel consumatore e nella sua crescente richiesta di “novità” e di velocità di consumo ed ha perso di vista la durevolezza ed il valore del bene. Il sistema che si è rotto nel momento in cui il “consumatore” ha smesso di aver fiducia, quindi ha smesso di spendere, di far circolare il denaro, interrompendo il flusso di denaro e quel meccanismo che ha, fino ad oggi, tenuto in piedi l'economia. La crisi ha messo in evidenza che tale meccanismo era fondato su una dimensione fittizia di circolo, capace di soddisfare l'esigenza del consumo e di consentire alla produzione un elevato surplus di valore, ma non realmente di radicarsi e di strutturare una dimensione economica stabile fondata sulla produzione di beni necessari e fondativi. Infatti dimensioni di produzione come quelle date dal primario o sono state rese serve di questa produzione fittizia o fortemente penalizzate, soprattutto sradicate dal loro contesto territoriale e dalla loro funzione primaria di garantire il cibo a quel territorio ed a quella popolazione. Qui sta il sintomo primo dell'impoverimento dell'economia, dove anche la produzione consuma a sua volta, e consuma in modo indiscriminato, proprio perché deve necessariamente spingere ad un consumo altrettanto indiscriminato ed acritico. Un circolo che per la caduta di “fiducia” del consumatore (sia chi acquista sia chi produce) ha determinato la crisi, il crollo dell'economia che ha investito anche l'aspetto più materiale e concreto del sistema produttivo, quello che viene definito “economia reale”, ovvero di quelle realtà produttive che producono beni durevoli e che li producono in un giusto ed equo rapporto fra lavoro e produzione.
La crisi economica è presa come capro espiatorio di un sistema che crolla, infatti non è solo l'economia che sta crollando. La caduta di fiducia è in primo luogo la caduta di fiducia nei confronti del sistema istituzionale che ha trascinato con sé anche la dimensione finanziaria. Infatti è palese che sono caduti una serie di presupposti costitutivi del nostro sistema sociale, politico e culturale. Politicamente la caduta di “pensiero” ha determinato l'andare dietro al sentimento popolare, quindi a fomentare le tendenze più negative come la paura della diversità, di chi non è nella “norma” di chi non fa parte di un sistema che si vuole ostinatamente considerare “omologato”, così saltano fuori concetti come “nazione”, “popolo”, “territorio” intesi come topici di recinti che dovrebbero dare sicurezza. L'esterno, tutto ciò che viene ritenuto “fuori” dal proprio recinto ideologico, viene ritenuto pericoloso, ed aggressivo verso la nostra realtà, per cui ci si chiude in una dimensione di difesa che, nei fatti, implica il proibirsi di aprirci a nuove possibilità, a nuove prospettive al nuovo in sé. Si guarda il passato come una panacea, si pensa che sia migliore, si tende a volerlo riaffermare, come se la storia potesse essere riportata indietro.
Ne deriva un quadro sintetico di questo tipo:
chi si trovava nella condizione di “normalità” oggi si trova nella totale precarietà, impossibilitato a cogliere una prospettiva per il proprio domani e per quello di chi viene dopo (figli, nipoti eccetera);
il livello di vita ha subito un crollo verticale, nonostante che si dica che ci sia stato un incremento, ma questo la maggioranza non lo vede, non lo percepisce nella propria realtà;
l'accesso al credito che ha rappresentato la via d'uscita per lungo tempo, oggi è totalmente precluso, e le persone non sanno più a chi rivolgersi per trovare soccorso e soluzione alla loro precaria situazione economica;
la paura invade ogni relazione sociale, deteriorandola ed impedendo lo sviluppo di sinergie e di collaborazioni;
chi si trovava nella marginalità, oggi si trova a vivere una situazione nella quale è divenuto oggetto della rabbia di chi si è visto decadere dalla sua posizione, in quanto ritenuto responsabile;
l'accesso al lavoro è diventato una utopia per chi ha fino a ieri vissuto un livello sociale medio basso, diventa impossibile per chi ha vissuto da sempre ai margini sociali o in una condizione sociale di diversità;
le micro imprese, che vivono solo del lavoro dell'imprenditore lavoratore, non hanno più risorse e si vedono ignorati dalle scelte politiche in campo economico. La loro prospettiva è chiudere, senza possibilità di far fronte al loro debito se non svendendo – quando c'è – quel minimo di proprietà generalmente la loro abitazione. Chiaramente anche per loro la possibilità di reinserimento al lavoro è impensabile.
Chi ha da sempre lavorato per lo Stato e che ora si trova a vivere abbandonato a se stesso, collocato in un limbo in cui vive il conflitto fra il suo giuramento e uno Stato che si dimentica di loro. Non c'è prospettiva per i loro figli e per loro stessi, poiché gettati nel mercato, poi si trovano nella condizione di chi non ne ha mai fatto parte, quindi anche loro collocati nella totale marginalità.

Per quanto estremamente sintetico questo quadro è rappresentativo di una visione di “parte” dell'attuale situazione ed è il prodotto di una analisi che sicuramente, se si sente la necessità, può essere ulteriormente arricchita e sviluppata.

3 valutazione delle risorse;
Cosa possiamo prendere in visione? Che tutta questa massa di persone, ma soprattutto quelle che hanno speranza o hanno perso speranza, sono nella realtà portatori e portatrici di grandi risorse umane e professionali. Il fattore che nell'attuale sistema viene considerato relativo, a fronte di assunzioni di persone giovani anche senza esperienza, da tenere un anno e poi cambiare, invece è per noi elemento fondamentale. Per noi ciò che conta e che è importante è il patrimonio umano, esperienziale, professionale delle persone. Questa è per noi la maggiore ricchezza sulla quale possiamo fare affidamento e sviluppare risorse.
Ciascun elemento sinteticamente visualizzato nel paragrafo precedente ha una professionalità ed una competenza, condita abbondantemente dalla propria esperienza umana e professionale. Questo deve essere considerato come il punto di partenza, come l'elemento vincente se posto in una logica ed in una visione di sviluppo che supera la paura, che si riappropria di quella speranza che ha perduto, se recupera quella stima di sé e quella fiducia in sé che è fondamentale.
Le competenze che si possono mettere in campo sono così ampie e fondate che rappresentano anche un grande bacino di formazione per chi non ha competenza e professionalità. E' la possibilità unica di poter trasmettere e crescere con creatività, con fantasia, con soddisfazione di sé e del proprio lavoro, non più finalizzato ad una produzione, ma finalizzato alla soddisfazione di essere parte e partecipi di un nuovo modulo sistemico di vivere. L'esistenza che non si frammenta più in tempi di lavoro, tempi passivi e tempo libero, ma una esistenza dove interamente si vive se stesse e se stessi pienamente in ogni ambito, dove la produzione non è più fine, ma risultato dell'espressione della propria realtà di persona, a prescindere da ogni altro aspetto.

4 proposizione e costruzione di strumenti di soluzione;
Si potrebbe anche qui formulare uno slogan, ovvero affermare che io sono il soggetto agente e determinante della società, non è più la società che agisce e determina me!
É un cambio fondamentale di prospettiva. Io sono responsabile di una responsabilità che soggettivamente mi assumo in relazione al mio contesto sociale immediato ed allargato.
Appare evidente che chi oggi si trova in una situazione di grave difficoltà lavorativa, quindi si vede in crisi nella propria economia e situazione sociale, non può sperare nel suo inserimento lavorativo come dipendente, questo almeno per una grossa fetta sociale che oggi si trova in questa situazione. La soluzione è quella di diventare quindi produttori del proprio lavoro. Chiaramente questa affermazione è facile – si fa per dire – da pronunciare, molto più complessa da attuare.
Diventare imprenditori ed imprenditrici non è nelle corde e nelle capacità di tutte le persone, e questo per una molteplice quantità di motivi che partono dalla propria competenza a quella più personale e soggettiva di un “sentirsela”. Chi ha questa capacità spesso è privo delle risorse per poterla attuare, o quanto meno della capacità di sapersi costruire o produrre il modulo per poter dare spazio alla propria capacità imprenditoriale.
La soluzione è quella di creare una sinergia fra le persone, capace di condividere le esperienze, le professionalità, la dimensione umana, le competenze eccetera, rendendo tutto questo una nuova modalità di lavoro, coordinando e organizzando sistemi di sinergia fra competenze simili o assimilabili.
Le soluzioni possibili sono:
quella di creare uffici nei quali si associano più professionisti: studi consociati;
creazione di società di persone e di capitale (srl, snc, sas eccetera);
creazione di attività individuali che vanno in sinergia con altre attività collegate;
creazione di cooperative di produzione lavoro

Il senso appare evidente, ovvero quello di costituirsi in realtà che abbiano una progettualità ed una possibilità effettiva di inserirsi nel mercato. Questo si fa solamente attraverso l'aggregazione e la condivisione delle proprie prospettive e della voglia di dare una svolta alla propria realtà.

5 una proposta modulare;
Il progetto prevede:
creazione di attività, in particolare cooperative di produzione lavoro con scopo di svolgere servizi alle imprese, questo secondo le competenze e le capacità e le professionalità delle persone che la compongono;
raccordo ed accordo con centrali di servizi cooperativi e con consorzi;
creazione di una rete di collaborazione fra le diverse cooperative e/o società e/o attività imprenditoriali
formazione e passaggio dell'esperienza e della conoscenza dei servizi;
collaborazione con professionisti locali;
collaborazione e raccordo con realtà associative diverse;
creazione di collegamento delle realtà cooperative con centrale o cooperativa di fidi e crediti, al fine di fornire finanziamenti finalizzati;
Ogni realtà che si viene a costituire trova nella coop madre un supporto ed un aiuto, sia per la costituzione, la formazione, ed il passaggio del know how, sia per eventuali contatti e collaborazioni, ma ogni realtà deve costituirsi sulla base della componente umana, le competenze, le esperienze delle persone che la compongono, e non sulla linea di una visione ideologica o di un entusiasmo privo di costrutto. Il senso della cosa è, e rimane, si dare speranza a chi l'ha persa, ma appunto una speranza fattibile. Il fine è quello di dare lavoro e possibilità di vita a chi oggi se la vede preclusa.

8 novembre 2009

Il tema del lavoro

Tutte le persone transessuali sono schiacciate dal problema del lavoro? Sarebbe quanto meno importante comprendere con una certa approssimazione quante, nella realtà, sono veramente nella condizione di precarietà e di disoccupazione. Dato importante, un dato che potrebbe far uscire le nostre parole dall'ambito teorico, per collocarlo sulla base di un discorso concreto. I progetti si fanno sicuramente sulle idee, ma soprattutto sulla base di analisi e di verifiche. Se io lancio un progetto, questo deve avere - quanto meno - la dimensione di una analisi capace di individuare chiaramente qual è l'ambito e la situazione sul quale tale progetto si sta collocando.
Su cento transessuali//transgender, quale calcolo possiamo fare?
Possiamo dire ipoteticamente:
15% si prostituisce;
25% ha un lavoro come dipendente stabile;
20% ha un lavoro indipendente;
35% non ha un lavoro fisso;
5% sta ancora studiando o comunque non è ancora entrata/o nell'ambito del mercato del lavoro.

Se noi dobbiamo pensare, quindi, un progetto "lavoro" rivolto a questo ipotetico 55% che potrebbero essere, effettivamente, interessate e coinvolte nell'ambito del discorso progettuale per un lavoro.
Secondo aspetto che si dovrebbe poter valutare è: quante persone di questo 55% vorrebbero fare un lavoro "indipendente", quante un lavoro "dipendente"?
Terzo aspetto che si dovrebbe mettere in campo è quante persone che hanno già un lavoro indipendente sono disposte a collaborare e lavorare per sviluppare un progetto lavorativo e, quindi, per porre la loro professionalità ed il loro supporto a tale progetto?
Quarto aspetto è la valutazione delle compentenze presenti, perché questo permetterebbe di poter sviluppare una progettazione, quanto meno, aderente alla reale compentenza delle persone che poi sarebbero implicate, oppure di poter elaborare programmi di formazione per quelle persone che non hanno compentenze.
Questo è un primo punto di discussione.

26 ottobre 2009

INVITO ALLA COMUNITA’ TRANS

Sono trascorsi quarant’anni dai moti di Stonewall, quando la nostra sorella Silvya Rivera, con un suo gesto, cambiò in qualche modo la storia del movimento LGBT mondiale.
Adesso è il nostro turno per dimostrare questa maturità e l’intenzione di voler davvero cambiare una realtà troppo spesso dolorosa, solo per il fatto di “essere”, di esistere, riprendendoci la nostra dignità, un passo realizzabile solo unite/i, almeno su quelle istanze che innegabilmente potrebbero davvero cambiare la nostra esistenza.
Un congresso, un confronto vero, aperto a tutte le realtà Trans del nostro paese, sia esse associative che di singol* individui, una mobilitazione senza precedenti nel panorama Trans italiano, un appuntamento che dovrà darci l’occasione per dimostrare che non siamo la cattiva rappresentazione del genere umano, che non siamo “oggetti sessuali” o persone disturbate mentalmente.
Il nostro intento dovrà essere quello di trovare una linea quanto più condivisa, l’unica via percorribile per approdare a veri ed importanti cambiamenti per la vita delle persone Trans, quella di riuscire a parlare con una voce univoca, almeno su quelle istanze indispensabili per una vita dignitosa.
Le differenze di opinioni di sensibilità e di politiche non possono farci allontanare dal nostro fine, dobbiamo sentirci, tutte e tutti responsabili di una disgregazione tanto inutile quanto dannosa, così come nel non essere riuscite/i a costruire un fronte unito e solidale, dobbiamo fare un grande sforzo democratico, mettendo da parte rancori e insana voglia di protagonismo a tutti i costi.

Proviamo a pensare alle nuove generazioni, cerchiamo di lasciare loro un eredità che molte e molti di noi non hanno potuto “spendere”,dobbiamo riappropriarci dei nostri diritti, al lavoro, alla salute alle affettività, alla possibilità di autodeterminazione, malgrado molte e molti di noi siano riusciti a portare avanti progetti importanti per la tutela ed il supporto delle persone Trans, siamo ancora ben lontani dall’essere considerate/i cittadini con pari dignità, tante sono le persone che hanno la capacità e la volontà di spendersi per questa causa, il compito di un congresso quello di riunirle.
Resta da vedere quante persone saranno in grado di mettere davanti a se il proprio fine, quello di una rivendicazione alla vita non più come sopravvivenza, donando l’opportunità di una transizione serena a chi ancora non l’ha intrapresa e a noi la felicità di aver costruito, insieme, una rivoluzione democratica, certe e certi che l’espressione di una singola persona o una singola associazione, non potrà mai arrivare a tanto.
Chiediamo un incontro quanto più esteso e coinvolgente possibile dove costruire un futuro decisamente migliore, senza per questo azzerare il lavoro già fatto o la personalità di ciascun individuo, ma apportando le proprie conoscenze e le proprie storie in modo da poter costruire su esse nuovi progetti e solide soluzioni, nell’assoluto rispetto delle differenze e delle opinioni.
Un appuntamento molto complesso e delicato, ma che a noi pare irrimandabile soprattutto in questo preoccupante momento storico di privazione di pari opportunità e di libera espressione.
Dobbiamo conoscerci e condividere le nostre paure ed i nostri progetti, gettare solide basi per un movimento unito che sia rappresentativo per quante più persone possibili, rifuggendo dal personalismo e all’egoismo, mali assoluti per l’intera comunità.
Una prova di responsabilità, che dopo quarant’anni dai moti di stonewall, dovrebbe essere maturata in tutte e tutti noi, stabilendo in modo forte e unito che dietro la lettera T* ci sono persone che in stragrande maggioranza vivono una condizione esistenziale ingiustamente stigmatizzata e ostacolata.
Un invito a tutte/i voi, alla creazione, alla partecipazione all’impegno di questo congresso nazionale, dal quale uscire con una nuova forza aggregativa capace di sorprendere l’intero paese e noi stesse/i, credendo fermamente che, insieme, tutte le nostre istanze possono finalmente realizzarsi.

Fabianna Tozzi Daneri

21 ottobre 2009

Questa è una prova

Si apre questo gruppo con la speranza che possa essere il luogo di sviluppo ed elaborazione dei documenti e riflessioni relative al Congresso che dobbiamo fare.
Spero in una ampia collaborazione e partecipazione, anche al gruppo di discussione al seguente link:
http://groups.google.it/group/congresso-italiano-delle-transessuali-e-transgender?hl=it
Bacio